Alcune riflessioni sul tema dell’inclusione scolastica

Alcune riflessioni sul tema dell’inclusione scolastica
16 luglio 2019 Flavia Politi
Ognuno secondo le sue capacità; 
a ognuno secondo i suoi bisogni!

Raccontare cosa è oggi l’inclusione scolastica in Italia non è un compito lineare o la semplice restituzione dell’istantanea di un fenomeno, soprattutto considerando l’eterogeneità dei contesti educativi e formativi sul territorio nazionale e la quantità di variabili che vanno a condizionarne l’attuazione.

Potremmo definire l’inclusione come una pratica di per sé sociale, un paradigma che supera il modello dell’integrazione e mette al centro dell’azione educativa e didattica la trasformazione del contesto in cui lo studente o la studentessa con bisogni educativi speciali si trova a crescere e ad apprendere.

A partire dagli anni ‘70, anni di profonde trasformazioni e di conquiste in termini di diritti civili e sociali, e nel corso dei decenni successivi, abbiamo avuto modo di osservare iniziative di legislatori e organi decisori finalizzate a garantire l’uguaglianza di accesso e il diritto alla formazione e all’istruzione per studenti e studentesse con bisogni educativi speciali.1 

L’idea stessa di una scuola inclusiva si forma in ragione della necessità di creare dei luoghi per l’apprendimento che non si limitino a produrre gerarchie più o meno meritocratiche, ma che sappiano valorizzare i potenziali apprenditivi, cognitivi, emozionali di ciascuno studente e di ciascuna studentessa.

Il potenziale di cui sono portatori i nostri studenti e le nostre studentesse comincia a costruirsi proprio nella scuola, ma se non viene riconosciuto, se non viene curato, nutrito e rafforzato, come potrà mai essere assunto consapevolmente da coloro che ne sono portatori/trici? 

Nel cammino che ogni studente/studentessa percorre quotidianamente verso l’affermazione di sé come individuo nel mondo, sono vari gli ostacoli che incontra, che lo/a portano a inciampare, a perdere la voglia di scoprire, di imparare… Molti di loro vedono ingiustizie intorno a sé, altri/e già sperimentano forme d’ansia precoce legate al bisogno di approvazione, di accettazione, al non sentirsi all’altezza delle richieste e delle aspettative che gli adulti (siano essi insegnanti o genitori) hanno nei loro confronti. Per non parlare del tetto di cristallo rappresentato dai contesti in cui molto elevato è il livello di povertà educativa.

Si dirà che questo cammino è la palestra in cui oggi si allenano le persone di domani; ma proviamo a pensare quanta fragilità può accumularsi in un percorso così accidentato e costellato di insuccessi.

Quando poi gli insuccessi non dipendono dall’assenza di volontà, dalla mancanza di applicazione, ma dalla tavolozza di configurazioni cognitive, sensomotorie ed emozionali (per restare sul neutro) che caratterizzano il nostro essere umani, allora è tutta un’altra faccenda ed è un dovere della comunità costruire spazi di accessibilità in cui ciascuno/a possa sviluppare le proprie capacità.

Come si fa a formare dei cittadini e delle cittadine liberi/e, solidali, capaci di pensare con la propria testa e, al tempo stesso, comprendere il pensiero dell’altro/a, stare nella mente dell’altro/a?

Un sentiero da percorrere può essere quello di far sperimentare a studenti e studentesse la cooperazione e il confronto, porli davanti a problemi e individuare insieme più soluzioni, affrontare compiti di realtà; il loro percorso formativo deve avvicinarsi sempre più a ciò che loro possono toccare, esperire, comprendere a partire dalla loro quotidianità. E contemporaneamente, abbiamo bisogno di praticare con loro l’astrazione, la generalizzazione, il pensiero critico, fin dove questo è possibile e fin dove le configurazioni di cui sopra lo consentano. Abbiamo bisogno di creare nicchie di tutela, non luoghi in cui vengono sistematicamente evitati i contatti con la comunità circostante; ma luoghi in cui ricaricarsi, in cui attingere a cassette degli attrezzi e a esperienze (simili o diverse), per poi lanciarsi all’esterno, nel mondo. 

Immaginare, attuare e accompagnare in un progetto di vita quei bambini e quelle bambine che presentano neurodiversità, plurali funzionamenti motori e sensoriali è una sfida che non può ricadere solo sulle spalle della famiglia o di chi esercita la tutela legale.

L’inclusione è un processo multidimensionale, un assemblaggio di pratiche che si dipanano dal basso verso l’alto e talvolta in senso contrario, ma anche orizzontalmente, tra pari. L’espressione del bisogno di inclusione sociale di tutti quei soggetti che incontrano barriere e ostacoli nel loro agire quotidiano e nella partecipazione alla vita di una comunità, è un motore di cambiamento a cui diverse realtà del privato e del pubblico hanno dato e devono ancora dare risposte. Contemporaneamente è necessario che questo cambiamento attraversi le relazioni su cui si fonda il tessuto sociale delle stesse comunità, abbatta i pregiudizi e promuova altre forme di fare comunità.

Abbiamo bisogno di continue alleanze e reti che coinvolgano tutti quegli attori sociali che settorialmente e separatamente si occupano di fornire servizi per minori e adulti con disabilità.

Volendo osare una chiusura propositiva e non solo un bilancio consuntivo, potremmo chiederci: E se riuscissimo ad andare oltre il modello dell’inclusione? Se riuscissimo a far esplodere quel confine che determina chi è dentro e chi è fuori?

 

  1. Citiamo solo alcuni riferimenti normativi che costituiscono le principali tappe del cammino verso l’inclusione scolastica in Italia e che, anche a livello terminologico, descrivono proprio il passaggio dal modello dell’integrazione a quello dell’inclusione: il D.P.R. n.970/1975 introduce la figura dell’insegnante di sostegno; la legge n. 517/1977 alimenta il principio del diritto all’istruzione, ponendo l’accento sull’integrazione degli alunni e delle alunne con disabilità; la legge n. 104/1992 o Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, nella quale si fa esplicito riferimento alla necessità che l’integrazione si realizzi all’interno delle “classi comuni”; la legge 170/2010 Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico; le Linee guida allegate al D.M. n. 5669/2011 per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento; la D.M. del 27 dicembre 2012 dal titolo Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica; infine, il D.lgs. 66/2017 recante Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità.
Tutor dell'apprendimento, esperta di didattica inclusiva.